La
privatizzazione delle pensioni USA:
un
fallimento dimostrato
Il presidente Bush ha messo al primo punto del suo programma economico
la privatizzazione delle pensioni, anche se durante la campagna
elettorale aveva negato di avere intenzione di farlo. Bush ha
più volte elogiato la riforma cilena, additandola come modello
per gli USA, ma diversi studi dimostrano che si è trattato di
un esperimento fallimentare. Questa valutazione è confermata,
senza mezzi termini, persino dalla Banca Mondiale nel libro "Keeping
the promise".
In pratica, per due lavoratori cileni che vanno oggi in pensione
avendo sempre percepito lo stesso salario e avendo versato sempre
gli stessi contributi previdenziali, l'uno al vecchio sistema
pubblico e l'altro al sistema privato entrato in vigore nel 1981,
il secondo percepirà una pensione inferiore alla metà di quella
del primo! Questo dato si fonda sui migliaia di casi specifici
documentati dall'associazione dei dipendenti che sono rimasti
danneggiati, che li ha presentati al Parlamento. Su tale base
alcuni parlamentari hanno poi indotto il governo ad intavolare
trattative di risarcimento con i lavoratori truffati.
Nel 1998 la Century Foundation ha prodotto un rapporto sul sistema
previdenziale cileno, che fu privatizzato dal generale Augusto
Pinochet nel 1981. Lo studio distingue due periodi, prima e dopo
il 1991. "Per oltre un decennio i fondi previdenziali privati
AFP (Administradores de Fondos de Pensiones) sembravano spettacolari"
si legge nel rapporto, ma, per finanziare la transizione dal precedente
sistema a quello privatizzato, il Cile è stato costretto a svendere
i suoi patrimoni agli squali finanziari, soprattutto le sue grandi
imprese pubbliche, e a sborsare grosse cifre dalle casse dello
stato.
Tra il 1985 e il 1991, riferisce il rapporto, il Cile ha dovuto
fare i conti con alti tassi d'interesse e i fondi AFP si sono
arricchiti investendo principalmente in titoli di stato, sui quali
si percepivano alti interessi. Tra il 1989 e il 1991 gli AFP hanno
potuto contare su utili del 35% e questo sarebbe il "successo"
sbandierato dai fautori della privatizzazione. "Successivamente,
però, l'economia cilena si è raffreddata e lo stesso è accaduto
agli utili dei conti pensione personali. Nel 1994, più della metà
degli AFP sono finiti in perdita. Nel 1995 la media degli utili
è finita in rosso, -2,5%, e sul periodo 1995-1998 la stessa media
è stata dell'1,8%. Dal 1995 anche il totale delle pensioni pagate,
calcolato in dollari, è diminuito". Le pensioni sono scese al
di sotto del livello di povertà. Coloro che sono rimasti vittima
delle perdite dei fondi o titolari di un reddito troppo basso
sono stati scaricati nella "rete di sicurezza sociale" del paese.
Ma "l'unica rete di sicurezza per i poveri è la pensione minima,
che basta appena per una pagnotta e una tazza di caffè al giorno.
Ma persino un programma tanto magro comprende solo 300 mila cileni,
escludendo tanti altri cittadini che vivono nella peggiore miseria".
Un altro rapporto, pubblicato nel gennaio 2004 dal Centro Nazionale
per lo Sviluppo Alternativo (CENDA), a Santiago del Cile, caratterizza
le AFP come "le industrie più protette della storia cilena". Il
rapporto spiega: "Esse si sono appropriate di tutto il denaro,
mentre lo stato deve farsi carico di pagare le pensioni".
"Cile: 20 anni di schemi previdenziali liberali" è il titolo di
un terzo rapporto, del maggio 2002, prodotto dal Fondo di sviluppo
delle Nazioni Unite, a cui hanno collaborato esperti cileni. Il
rapporto riferisce che nel 2001 le AFP hanno avuto profitti medi
del 33,8% e nel 2002, in condizioni di recessione economica, hanno
raggiunto profitti medi del 50,1%,. Uno dei fondi ha raggiunto
il profitto record di 209,8%. Però, tra il 50 ed il 60 per cento
dei cittadini che hanno contribuito al sistema pensionistico privato
non otterranno nemmeno la pensione minima garantita dallo stato.
Per ottenere infatti il minimo - pari a 110 dollari al mese -
occorre aver versato 240 mensilità di contributi in un periodo
di 20 anni.
Sono almeno 3,3 milioni coloro che non versano i contributi obbligatori
del 12% perché sono costretti a tirare avanti con i fuoribusta.
Secondo le stime della CENDA, la maggioranza dei lavoratori versa
i contributi solo due o tre volte l'anno. Quando andranno in pensione,
essi ritireranno quel poco che hanno risparmiato, che sicuramente
non basterà loro per vivere. Non avendo i requisiti necessari
per ottenere la pensione dallo stato, non resta loro che l'assegno
dei poveri, circa 35 dollari al mese.
Allo stato tocca sobbarcarsi il conto della gestione fallimentare
del sistema pensionistico delle AFP. L'attuale governo di Ricardo
Lagos deve dedicare il 7% del PIL, 5,5 miliardi di dollari, al
pagamento delle pensioni, una spesa superiore a quella di sanità
e istruzione messe insieme. Il sistema cileno non merita neanche
di essere definito "privatizzato": è un sistema misto in cui lo
stato è costretto a pagare sussidi sempre maggiori, mentre i privati
si spartiscono la torta delle entrate. Lo studio riferisce anche
che un nutrito contingente dei "Chicago Boys" che facevano parte
del governo di Augusto Pinochet si è riciclato ai vertici dei
fondi privati.
Le menzogne di Bush sulla previdenza sociale
Il
Presidente George W. Bush ha ripetuto fino alla nausea che la
privatizzazione previdenziale che si ripropone di approvare non
porterà ad una riduzione del reddito degli assistiti. Steven Goss,
membro della commissione di Bush e del consiglio attuariale per
la previdenza sociale, presente all'"incontro dei consiglieri"
con Bush, avvenuto il 9 dicembre nell'Ufficio Ovale, ha invece
detto a proposito del piano di privatizzazione: "Chiaramente,
rispetto alla normativa ora vigente, esso comporterebbe una crescita
delle pensioni più lenta di quella attuale".
Goss stima che la riduzione delle pensioni nei prossimi 75 anni
sarà pari ad un totale di 18 mila miliardi (forse riferendosi
a dollari reali, perché in dollari nominali sarebbe molto di più),
"che è più di quanto occorra al mantenimento di un bilancio positivo
dei fondi". I commenti di Goss sono apparsi sull'edizione online
del The Oregonian.
Una riduzione del reddito dei pensionati traspare anche dal disegno
di legge presentato dal repubblicano Jim Kolbe ad una conferenza
stampa del 9 dicembre. Il d.d.l., che ricalca la proposta del
Cato Institute, è stato analizzato dal Congressional Budget Office
e riporta dunque anche le "note" di quest'ultimo. Un lavoratore
nelle fasce medie di reddito, che è nato nel 1940 e che andrà
in pensione nel 2005, percepirebbe 14.900 dollari l'anno secondo
la legge attuale, mentre con la privatizzazione proposta ne percepirebbe
13.900. Un lavoratore nella stesse fasce di reddito, nato nel
1950 e pensionato nel 2015, percepirebbe 15.200 dollari secondo
la legge vigente, ma solo 13000 dollari se i piani di privatizzazione
previdenziale andranno in porto.
Il "vertice economico" di Bush-Cheney per
privatizzare le pensioni
Il
2 dicembre l'amministrazione Bush ha annunciato un "Summit Economico"
per il 15 16 dicembre, in cui si parlerà delle pensioni.
"Fatemi dire chiaro e tondo che qui non si regala niente a nessuno",
ha detto a proposito delle pensioni Gregory Mankiw, ideologo neo-liberal
a capo dei consiglieri economici di Bush (CEA), parlando il 2
dicembre all'American Enterprise Institute. Mankiw ha promesso
riduzioni delle pensioni e ne ha messo anche in discussione il
pagamento secondo la legge: "Gli assegni previdenziali previsti
per le generazioni future dalla legge attuale non sono sostenibili
se si considera l'andamento delle entrate fiscali attualmente
previsto. Sono vuote promesse". E' lo stesso Mankiw che tempo
addietro dichiarò che la globalizzazione è una gran bella cosa,
anche se agli americani costa il posto di lavoro.
La proposta di riforma prevede che una parte dei contributi presidenziali
vengano dirottati verso le finanziarie di Wall Street che, a parole,
promettono interessi maggiori della previdenza sociale, ma se
falliscono (e falliranno) manderanno i pensionati a mendicare.
La riforma previdenziale di Bush per il salvataggio
della borsa
Una bozza della riforma previdenziale a cui sta lavorando l'amministrazione
Bush è il "Project on Social Security Choice", che è stato stilato
da Michael Tanner, direttore del Cato Institute, pensatoio nella
sfera di Wall Street particolarmente impegnato sul fronte della
privatizzazione delle pensioni.
In un precedente documento del 17 febbraio ("The 6.2% Solution:
A Plan for Reforming Social Security"), Tanner presentava un piano
che lasciava ben poco denaro a chi versa contributi per la propria
pensione:
- Ai lavoratori nati dopo il 1 gennaio 1950 sarà "offerta l'opportunità"
di aprire conti pensionistici individuali (ISS). Dopo qualche
anno di rodaggio, i conti ISS diventeranno obbligatori per le
nuove leve della forza lavoro che non avranno più diritto al "vecchio"
sistema pensionistico.
- Nel sistema attuale, un dipendente versa al fondo Social Security
Trust una quota contributiva del 6,2% del salario e il suo datore
di lavoro versa una quota uguale. Il fondo incassa dunque una
somma pari al 12,4% del salario. Il piano del Cato invece prevede
che il dipendente versi nell'ISS il 6,2% del suo salario affinché
esso sia investito in azioni e obbligazioni. Il datore di lavoro
continuerebbe a versare la sua quota del 6,2% al fondo Social
Security Trust, ma questa sarebbe usata per erogare le pensioni
attuali. Di conseguenza il nuovo dipendente non avrebbe nulla
del 6,2% versato dal suo datore e si troverebbe senza una metà
dei contribuiti versati.
- Il dipendente sarebbe poi incoraggiato a investire il 60% del
conto ISS in azioni e il 40% in obbligazioni. Però, aggiunge Tanner,
un giovane sarà incoraggiato a investire di più in borsa. In questo
modo si conta di tenere in vita una bolla speculativa con vere
e proprie truffe.